DANTE E IL CONTADINO


Dante e il contadino per Le 5 Giornate di Roma

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Dante e il contadino per Le 5 Giornate di Roma

Dante e il contadino per Le 5 Giornate di Roma

Dante e il Contadino” per le 5 Giornate di Roma

Titolo della performance: Dante e il contadino (Prima parte)

Autore: Giuseppe Vota

Regia: 2etti al kilo


INTERPRETI

Giuseppe Vota

Musicisti

Alfredo Rocca


INFO

Stile performance: Teatro di narrazione. Prima parte di un monologo lirico-grottesco estratto dallo spettacolo di canzone-teatro “Anonimo chi?”di “2etti al kilo” (Giuseppe Vota, Daniela Maurizi)

Location: Piazza Venezia

Durata: 10 minuti

SINOSSI

Un trovatore metropolitano si aggira tra gli spettatori raccontando che la Divina Commedia nacque dall’incontro di Dante con un anonimo contadino toscano che ispirò al sommo poeta l’ “illustre volgare” dal basso…ventre, da un “do di peto”…

TESTO (I parte)

Un gran bel giorno di toscano aspirato, quando l’aspirare all’universo verso rimandava e non al fumo, un giovinastro Dante, nel mezzo del cammin di sua prefazio, si ritrovò a sbiascicianciàr ‘ché la diritta rima l’era smarrita: “… augel diverga cinguettio di passera picchia…”

Lo Alighiero implume, più che imberbe per quel pronunciato (da tutti pronunciato) rostro aquilino, strafarfalfugliava ‘sì ingrato forestier nella sua lingua madre: “… l’ansia che sì, anziché no, lanzichenecca…”

Naso all’insù, tanto tendea in alto l’animo suo proteso e fronte spaziosa del pensero che da leggiadro, in da e per lui, si fece norma poi legge del sentire, provato amor, lo suo, da conseguir, lo toto, a onor di fedeltà e di speme.

Badaben bel naso, a emular cime del Parnaso, all’insù ma pur sempre d’aquila a protezion di narici procaci promesse nel fiutar nettari lirismi, essenze in forma di campagnoli aforismi.

Sbriciottolava con giovanil trasporto, e co’ lui lo setter per rammentar da illo numero la ora, nel senso che là la “chellallà chellallà” che là la era la ora giusta per firmar in calce nòva orma al del penser parola.

Strapazzo di cogito ergo cogito, esto in funzion d’italica lingua assai più degna e pratica a lo circolar s’è dieta corale che s’impingua. Falciate sulla verbosa ciancia imperial antiqua, sgravio di lenze e desinenze nel mare nostrum ove siam onde ‘l sì sòna.

Setter bello al guinzagliolo, si dicea vezzo alla moda d’ogni guelfo ghibellino, como s’addice ad uccellagion reale e mai a pecoron per bene. Becco rapace su nobil razza canina: combinazion audace che solo un poeta di tal fatta, in erba ma capace, in civil tolleranza estetica pone a vedere.

A indottrinar lo cane setacciava ad alta voce parole buffe indicandole col dito. Non riuscì a terminar lo termine contadino ‘ché sul conta trambustuonò troppo dappresso un tracotanto peto. “Prrrrrrrrrrrrrrrrrrr” Forte, sicuro, ritmo perfetto tra il conta e il dino. Lì l’ammasso informe di muscoli annodati l’era un bifolco sulla zolla in quel suo quotidian fangoso matrimoniale amplesso.

Rannicchiato nell’orto col su’ lavoro nobilitava l’omo lo ignorante servo, di tal misera gleba che, in verità, a ‘sto richiam di rango mai alcun si palesasse.

Nello sforzo innaturale dell’inchino fu a lui che partì la nota grave dal faciolon deredan suo tergo. Avvilito dall’oltraggio del poco ortodosso sbuffar d’aire, sprofondato nel suo ortaggio perse al volo ‘l coraggio tutto e da gigante, in uno schiattabaleno, si ritrovò putto.

“Assordante puzzola scoreggio!” proferì lo villico tappandosi le ‘recchie. E ad infierir su ‘mproprio esser zotico si disse a sé: “Ah, ‘sto grullo!”. Poi a rilento, ora stringendo con dita nasca, stentò un “Perdono!”.

“A sor Dante puzzola scoreggio? A ‘sto grullo per dono? E non la smette lo stolto bischero, ci aggiunge puro a chi è inviato lo sberleffo, e in più che fu pe’ grazia conceduta ch’io divenni grullo” digrignò Dante facendo un quarantotto. Le sette e 48 scoccando li minuti secondi, teatral doppiando lancetta dello setter. Poscia un Po d’Arno: “Risponderti a tono non so. Non sto ad allenar le viscere a tal uopo. Io sono Dante e appresso saprai di me, a chi dedicasti mancanza di rispetto. Fosti scorretto fino allo su’ fondo, ‘l retto. Or donque ausculta tu, parte ignea d’ignaro! Fa sì che d’ora in post a strombettar vocali non sia soltanto ‘l tu’ sedere. Sappi che io da me al mio didietro do nome di passato. Non offro tempore a tepor basso di strazio. E se provassi, ahimé, da cavaliere a divenir destriero anco in tal guisa avvamperei di pudor rosso tramonto in muso. Ma tanto tu non vedi, vivi di schiena, imiti il corpo, t’adegui allo corporco d’animale! Ora te lascio al tu’ solfeggio, ‘ché a controllar non v’è di peggio”.

Lo contadin co’ l’occhi a triglia supplicollo: “Ma me mbò messer io feci, ma rimbasci arraccattan zozza nscreditan discre panza… mm… ma ignaro feci, feci…”. Suo fu lo saper parlar chiaro sin ombra di senso alla favella. Attonto rimase: spalanco d’ovo s’odo o son desto nel mezzo dell’oval teschio da sé medesmo maravigliato. Dante sull’ultimo sfranger d’onta in piena: “Taci anco ‘sto grovigliolo di penseri. E non venir me a rintuzzar col detto che tutti l’omini so’ uguali se li sai auscultar. Con te su ciò giammai com-peto. Sgraziato! eppur da me graziato conta… dino”. E lo esclamò con la stessa esitazio di quando causa d’incespico fu rozzo spiffero. Uno altro intoppo, da quel primo stappo, interruzio alla memoria riavvolta in lo silenzio. Timida balbuzia dal vergognoso affronto, avvallo naturale nel rimuginar la offesa, como cambio di stagione non ancora digerito. Continuò a masticar lo tormenton epipeto, ferito al centro dell’orgoglio: “Conta…prrr…dino. La punizione che ti meriti meglio di me tu l’hai centrata, tu già la vivi. Ausculta bene! Conta… prrrr… dino! Sei tu l’olezzo che te identifeca da cui me slaccio”. Voltandogli le spalle s’allontanò a tempore di setter, quarti d’ettari macinò bofoniracchiando: “Conta…prrrr…dino, conta…prrrr…dino, conta…prrr…dino…”.

E lo contadin mirandolo sparir disse soltanto: “Io fui più breve”.

(fine prima parte)

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